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Zhang Huan
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Zhang Huan nasce nel 1965 a Henan, in Cina. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Pechino dove studia pittura. Dopo un periodo trascorso a New York, dal 2005 l’artista vive e lavora a Shanghai. All’inizio della sua carriera, negli anni ’90, il suo principale mezzo espressivo è il corpo, molto spesso nudo, che l’artista sottopone a condizioni estreme. Durante una sua celebre performance, 12M2 (1994), ricoperto di miele e olio, Huan rimane in un lurido bagno pubblico e viene dopo poco coperto da insetti. Il periodo americano è caratterizzato da performance sempre più elaborate, che l’artista struttura in modo tale da coinvolgere un gran numero di partecipanti. Con il suo ritorno in Cina, anche la pratica evolve. Da quel momento l’artista si dedica prevalentemente all’installazione, alla scultura e alla pittura. Per queste ultime in particolare, introduce l’utilizzo di un materiale inusuale a lui molto caro: la cenere degli incensi che raccoglie nei templi. Per l’artista questa ha una forte valenza simbolica che rimanda alle memorie collettive e al ciclo della vita – suggerendo la possibilità della rinascita spirituale.

Tra le recenti mostre personali dell’artista ricordiamo quelle presso Pace Gallery, New York (2015), Carriageworks, Sydney (2015) e Storm King Art Center, New York (2014). Il suo lavoro è stato incluso nella mostra ‘Il mondo vi appartiene’ (2011-12) presso Palazzo Grassi.

Zhang Huan

La vita è intrisa di eventi assurdi e drammatici nei quali ci ostiniamo a ricercare una verità. La mia opera To Raise the Water Level in a Fishpond simbolizza l’ultimo fallimento della storia del genere umano. Nell’ottobre del 1999 fui invitato dal Seattle Art Museum a eseguire Hard to Acclimatize. Con l’aiuto del museo e delle università locali più di sessanta persone tra cui collezionisti, professori, artisti, istruttori di yoga, donne disabili e in stato di gravidanza, parteciparono alla mia performance. Nell’ingresso del museo descrivemmo una sorta di “U” distribuita su un’impalcatura a tre livelli e tutti svolsero un ottimo lavoro, tant’è vero che il risultato finale si tradusse in uno dei miei più importanti successi. L’opera nel suo complesso si componeva principalmente di tre parti, simili per molti versi ad atti teatrali. La prima, in cui mi trovavo seduto al centro, di fronte al pubblico, mentre i volontari erano sul patibolo; la seconda, che ritraeva gli stessi nell’atto di lanciarmi del pane; la terza, quando il pane era ormai sparso ovunque sul pavimento. Una performance sa rivelare in modo profondo ed efficace il conflitto che intercorre tra la cultura, l’identità e la natura animale degli esseri umani. Per la creazione di Hard to Acclimatize mi sono ispirato a una conversazione che avevo fatto in passato con alcuni sconosciuti. Una notte a Madison Square ero in cerca di cibo per mia moglie incinta, quando vidi due individui camminare verso di me con del pane in mano. Mi chiesero se fossi affamato, e d’un tratto iniziai ad avvertire le sensazioni più strane; rimasi senza parole con il naso contratto, accettai il pane e me ne andai. Quella breve esperienza mi aveva riportato alla memoria la mia vita in Cina, dove avrei potuto essere anche solo un artista, non importa quanto povero, ma nessuno mi avrebbe di certo scambiato per un mendicante porgendomi del cibo. In seguito un mio amico mi disse che il governo di New York e la Chiesa erano soliti fornire cibo gratuitamente alle persone senza fissa dimora, ogni giorno e in tempi e luoghi prefissati. Portai il pane a casa e decisi di farne uso nelle mie performance. Non è stato facile per me riuscire ad ambientarmi negli Stati Uniti, sia dal punto di vista linguistico che culturale. Questa è la mia vita in America.