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Mario Irarrázabal è nato a Santiago del Cile il 26 novembre del 1940. É uno scultore che dopo aver finito la scuola si trasferì negli Stati Uniti dove trascorse cinque anni nel seminario della Congregazione della Santa Croce.

Dal 1960 al 1964 ha studiato presso l’Università di Notre Dame dove ha conseguito la laura in Arte e Filosogia e il Master in Belle Arti. Si trasferì in Italia per continuare i suoi studi di Teologia all’Università Gregoriana di Roma. Tra il 1967 e il 1968 studiò nella Germania occidentale con lo scultore Waldemar Otto, guidandolo nella linea dell’espressionismo figurativo tedesco.

Nel 1969 tornò in Cile, e da quel momento si dedicò alla scultura con la quale riuscì a esprimere sè stesso. Per due anni (dal 1972 al 1974) insegnò scultura accademica all’Università Cattolica. Nel 1983 il governo tedesco gli diede una borsa di studio che gli permise di lavorare all’Atelier-Haus Worpswede, vicino a Brema.

La sua opera la “Mano del deserto” si trova nel deserto di Atacama, in Cile, deserto più arido del pianeta. Costruita a 1.100 metri sul livello del mare, in cemento armato e alta 11 metri. Secondo Mario Irarrázabal ogni visitatore può dare libera interpretazione a questa scultura. Alcuni sostengono che rappresenti la città che dice addio al viaggiatore mentre per altri rappresenterebbe le vittime dell’ingiustizia e le torture avvenute durante la dittatura militare del 1973-1990. 

Altre opere realizzate da Mario Irarrázabal si trovano nelle sabbie della spiaggia Brava di Punta del Este, “Mano di Punta del Este”, realizzata nel 1982.

Nel Parco di Juan Carlos I di Madrid:

 A Puerto Natales:


 

“Mi piace creare un oggetto concreto, reale, tangibile. È che vivo pensando e sognando. Che devo fare cose.Una buona scultura ha una forza primitiva e magica.Quello che sto cercando è la dimensione magica della realtà, non l’esoterico.

Quando creo quell’oggetto cerco di relazionarmi con gli altri. Cerco di creare un contrasto, una metafora che sorprende e suggerisce. Cerco di dire qualcosa sul significato della vita e della morte, l’odio e la sofferenza, l’abbandono agli altri: l’amore. Per questo non esiste un linguaggio più appropriato di quello dell’arte.

L’opera d’arte incarna, fa esperienza. Intrigo, divertimento e interesse. Ma finalmente può muoversi.

Forse il cinema è l’arte che più tocca l’uomo contemporaneo. Ma tutte le arti si uniscono, si rafforzano a vicenda.

Il linguaggio dell’arte è aperto e metaforico: quando ci presentiamo, un mondo ci apre agli altri. L’arte è libera, giocosa, amorevole. Vuole meravigliarsi e reincantarci. “